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Volume II - II Concorso 1956. La pianificazione urbanistica nel Mezzogiorno, a cura di Francesco Compagna. Sperling e Kupfer, Milano 1960.

Il secondo Concorso Nazionale per monografie, indetto dalla Fondazione, ha affrontato, in "anteprima", nel 1956, il tema più caldo - dopo quello della ricostruzione e della stesura dei nuovi piani regolatori del dopoguerra con Roma, intesa quale prototipo di cui al primo concorso - su cui si stavano confrontando, sia il mondo politico che quello tecnico: il problema del Mezzogiorno d'Italia e del suo sviluppo. Tema al centro dell'attenzione nazionale fin dai tempi dell'Unità e mai risolto, tanto da essere divenuto semplicemente la "Questione Meridionale", come ebbe a titolare un suo volume uno dei più profondi conoscitori all'epoca del Mezzogiorno e dei suoi problemi: Francesco Compagna, cui venne affidata la cura della pubblicazione con l'organizzazione delle monografie vincitrici.

Città, borghi contadini, accentramento delle popolazioni agricole nelle cosiddette città contadine, veri dormitori per braccianti, insediamenti industriali inesistenti e da intendersi in senso nuovo, erano soltanto alcuni dei temi con cui si dovevano confrontare gli autori delle monografie. Un lavoro difficilissimo che, per di più, presupponeva l'abbandono, quanto meno in parte, di quell'atteggiamento inutilmente e dannosamente demiurgico, tipico degli urbanisti "avveniristici ed utopistici", fino al Congresso nazionale di urbanistica tenuto a Torino nel 1956, che cercavano di riassumere in se le funzioni del politico, dell'economista, del sociologo e di altre figure professionali. Atteggiamento che, in alcuni casi, non era altro se non la radicalizzazione di una rara capacità mostrata fino ad allora dal mondo degli urbanisti: quella di qualificarsi tra le poche élites intellettuali, sensibili ai problemi culturali ed in grado di risolvere i problemi comuni al divenire della città.

Il Mezzogiorno esigeva una risposta pratica, urgente, e questo chiese la Fondazione alla cultura nazionale ottenendone una più che valida risposta riassumibile in un tema che si ritrova come una costante in tutte le monografie presentate: l'esigenza di una pianificazione trasferita dall'alto verso un più partecipativo livello regionale, quello dei cosiddetti piani di coordinamento territoriale. La validità operativa dei piani di tal fatta venne recepita dal mondo politico, con un opportuno supporto legislativo, soltanto un quarto di secolo dopo.

Il rapporto fra i radi insediamenti urbani del Mezzogiorno e l'estesa realtà contadina che li circondava era ormai entrato definitivamente in crisi ponendo gli amministratori nazionali e locali di fronte ad un fenomeno migratorio, mai verificatosi prima, che richiedeva una immediata ed urgente ridefinizione del problema della rilocalizzazione degli investimenti e la conseguente redistribuzione professionale e territoriale della popolazione.

Il problema della localizzazione industriale e dell'allentamento delle tensioni createsi nel rapporto città-campagna a mezzo di decentramenti e nuovi accentramenti, già affrontato in altre nazioni, era ormai giunto al redde rationem.

Anche nel nostro paese occorreva trovare efficaci strumenti di pianificazione decentrata con cui governare i dirompenti fenomeni di ridistribuzione demografica e funzionale in atto sul territorio; strumenti che andassero oltre i semplicistici divieti o le incentivazioni amministrabili soltanto dall'autorità centrale, ma che potessero invece essere elaborati, in maniera capillare, da quella regionale, di gran lunga più conscia e più sensibile alle problematiche locali, alla loro genesi sociale e culturale ed alle soluzioni da proporre per la loro risoluzione.

 

 

 
     
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